Aborto, da sempre un tema fonte di acceso dibattito, che spesso sfocia in polemica. Come quella, violentissima, sollevata da Pd e M5s e relativa a un emendamento al decreto sul Pnrr, su cui il governo ha posto la fiducia. Si tratta del testo proposto da Lorenzo Malagola (FdI), che così recita: “Le Regioni, nell’organizzare i servizi dei consultori, possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. La perfetta riproposizione di parte dell’articolo 2 della legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza”, approvata il 22 maggio 1978. Una normativa in favore della salute delle donne, che ha portato le stesse fuori dalla clandestinità  e che non manca di rammentare continuamente, tra un comma è l’altro “che l’interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”, che “lo Stato, le regioni e gli enti locali promuovono e sviluppano i servizi sociosanitari nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”. Perfetta aderenza al testo quindi, che secondo i sostenitori dell’emendamento, nei 46 anni di attuazione della legge sarebbe stato applicato solo nella parte che favorisce l’interruzione della gravidanza, più che la tutela della maternità. Per le opposizioni e le associazioni delle donne, l’emendamento è visto come indebita ingerenza delle associazioni pro-vita nei consultori, per influenzare la decisione di chi si trova in un momento così delicato. Si affretta a rassicurare Jacopo Coghe, portavoce di “Pro Vita & Famiglia”, la onlus da sempre in prima linea su tali tematiche. “Noi non abbiamo intenzione alcuna di mettere piede nei consultori – rassicura – la nostra azione è per la sensibilizzazione pubblica tramite campagne nazionali”. Ma questo non basta a sopire le polemiche, che vedono le donne in prima linea a rivendicare “l’applicazione effettiva della legge 194”, nonché l’appello a “potenziare i servizi a supporto dell’infanzia”. Per i professionisti, scende in campo la presidente della Federazione nazionale degli Ordini della professione Ostetrica (Fnopo), Silvia Vaccari che, oltre a fornire i dati sulla applicazione della legge, ne raccomanda l’uniformità di applicazione su tutto il territorio nazionale, sottolineando le difficoltà derivanti dall’alto numero di obiettori tra il personale sanitario, circa la metà dei professionisti dei reparti di ostetricia e ginecologia, fedeli al proprio codice deontologico. “La legalizzazione dell’aborto – scrive Vaccari in una nota – ha consentito un accesso maggiore alla contraccezione e ai consultori familiari, consentendo alle donne da un lato di prevenire le gravidanze indesiderate, dall’altro di tutelare la propria salute psicofisica”. A supporto di tale considerazione, la presidente rammenta che dal 1983, anno record di interruzioni di gravidanza con 234mila casi, si è arrivati al 2020 con 66.400. Il vulnus, secondo la professionista, sarebbe nel numero di strutture pubbliche che effettuano l’intervento “con una forte variabilità interregionale – precisa – poco più della metà (il 59,6%) di centri con unità operative di ostetricia e/o ginecologia, secondo i dati della struttura di sorveglianza ministeriale del 2021, ha effettuato interruzioni”. E ribadisce il valore dei colloqui di sostegno (counseling) effettuati nei consultori prima e dopo l’intervento, con particolare attenzione ai metodi contraccettivi, per scongiurarne il mancato accesso. Uno dei motivi del ricorso all’aborto, che per una donna è comunque un evento traumatico.

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