Angeli con le ali spezzate

Notte in tenda ‘triageall’ospedale dei Castelli

Notte in tenda, a combattere il virus, al Nuovo Ospedale dei Castelli. L’infermiera alza i pollici, in senso di sfida. Le ridono gli occhi, le labbra non si vedono, celate sotto la mascherina. Nel tendone del ‘triage’ – scaldato da un termosifone elettrico – si appresta a combattere il Covid-19, a salvare la vita a chi si presenta ed è contagiato. A 26 infermieri e a 94 medici del nostro servizio sanitario la vita non l’ha salvata nessuno. A 12.681 operatori sanitari contagiati (nel momento in cui scriviamo) nessuno si è premurato di preservare la salute. La nostra infermiera è ben bardata, dai calzari allo scafandro, per finire con casco e visiera. Forse le migliaia di professionisti in trincea per il bene dei cittadini non lo erano a sufficienza. Nella celebrazione della “Giornata mondiale della salute”, istituita il 7 aprile del 1950 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per sensibilizzare i popoli sull’importanza di tutelare tale diritto – dedichiamo un pensiero a tutti loro e alla nostra sanità massacrata da anni di tagli, da norme borboniche, dall’oppressiva intrusione di una politica in cerca di costante consenso. Dal 10 marzo, appena un giorno dopo la decisione governativa del ‘confinamento’, è iniziata la Via Crucis di allarmi, note, richieste, proteste. Per primi i medici Anaao (il più rappresentativo sindacato medico) dell’ospedale romano San Camillo, che in una nota chiedono alla direzione aziendale di garantire l’uso dei cosiddetti Dpi (dispositivi di protezione individuale), secondo quanto stabilito da una ordinanza della Regione Lazio di quattro giorni prima. Segue il sindacato Cobas della Asl Roma 3 (Gianicolense e litorale), che il 12 marzo chiede alla direzione generale l’idonea dotazione di Dpi “avendo ricevuto numerose segnalazioni sulla scarsa se non assente fornitura”. I sindacalisti chiedono inoltre la sanificazione degli ambienti di lavoro considerata la “inadeguata pulizia” mentre in una nota del 19, ben sette giorni dopo la prima richiesta, parlano ancora di lavoratori “costretti a operare senza le necessarie, sufficienti, adeguate e idonee dotazioni di Dpi”. Addirittura lo scritto lascia trapelare una disposizione aziendale in base a cui, “venendo a contatto con presunto caso Covid-19 l’operatore debba continuare a lavorare con obbligo di indossare i Dpi ma osservare, finito il turno, l’isolamento domiciliare fiduciario”. Altra nota dolente, la notizia della positività al Covid-19 di 7 oncologi del policlinico Umberto I, per cui la sigla sindacale Fials il 13 marzo annuncia in un comunicato stampa un esposto al Comando Nas dei Carabinieri per “inadempienza ai decreti legge in vigore”. Il sindacato stigmatizza la “mancata fornitura di dispositivi di protezione individuali che sta provocando un aumento esponenziale di contagi tra gli operatori sanitari. La Regione Lazio – sottolinea la Fials –  emana continui aggiornamenti sulle procedure ma non adotta le misure necessarie”. E sono ancora alcune sigle di sindacati dei medici di famiglia e pediatri – Smi, Snami, Simpef – a chiedere il 18 marzo alla Regione Lazio la dotazione di Dpi e strumenti di biocontenimento per recarsi a casa di sospetti contagiati ed eseguire tutti gli accertamenti del caso. I camici bianchi lamentano inoltre “la negata esecuzione di tamponi per il personale sanitario, come raccomandato dalla comunità scientifica”, elemento sollecitato anche dall’Ordine dei medici di Roma e provincia (Omceo) il 24 marzo, lanciando l’allarme sull’aumento dei casi di positività tra i sanitari. I dati odierni, confermano la strage, una strage che si poteva evitare. Li hanno chiamati, non senza una punta di retorica “Angeli, eroi, combattenti”. Per noi sono professionisti degni comunque di attenzione, le cui grida di allarme non possono essere ignorate da chi ha la responsabilità di garantire la salute della collettività.

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