Senza alcun clamore, si è celebrata il 6 febbraio la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. Una pratica sconcertante, che consiste in un intervento volto a modificare l’anatomia dei genitali delle donne, legata a tradizioni religiose e sociali, con intenti di controllo del corpo e del piacere. Sono oltre 200 milioni nel mondo le bambine sottoposte alla cosiddetta circoncisione femminile di cui 92 milioni in Africa, 600mila in Europa, 88mila in Italia e ogni anno sono 3 milioni le bambine a rischio, tra i primi anni di vita e l’adolescenza. Entro il 2030, secondo le stime, 68 mila ragazze subiranno tale tortura. Crudelissime le particolarità di tali pratiche, in particolare quelle connotate dalla infibulazione, la più pericolosa e devastante. Sono inoltre preoccupanti le condizioni igieniche in cui si svolgono tali interventi, spesso in locali inadeguati con fortissime probabilità di contrarre infezioni perniciose. Retaggio culturale di antiche tradizioni tribali, le mutilazioni non trovano in realtà alcun fondamento religioso ed evidenziano una radicata disuguaglianza di genere, allo scopo di tramandare il dominio maschile sul corpo della donna, giustificando la pratica con motivazioni sociologiche o igieniche. Si tratta in realtà, di una vera e propria violazione dei diritti umani a cui, fortunatamente, la legge italiana ha posto rimedio assimilando tale tradizione alla tortura. Non potrebbe essere altrimenti, considerate le sofferenze e i rischi a cui sono sottoposte le neonate e le bambine. Un trauma fisico e psicologico che non sarà mai cancellato per tutta la vita. Oltre alle previsioni normative, in Italia si stanno mobilitando varie associazioni e comitati per denunciare e prevenire. A Roma, in particolare, sono attivi molti comitati di quartiere, realtà molto vicine alle popolazioni migranti, in cui l’infibulazione è pratica comune. Occorre però uno sforzo potente affinché l’usanza sia eradicata in tempi ragionevoli, per questo si chiede una maggiore partecipazione delle istituzioni, dei mediatori culturali, dei professionisti sanitari.

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