Asl Roma 2: si punta su salute e territorio

Foto a pagina interaIllustrato in commissione Sanità regionale l’atto aziendale che rivoluziona l’organizzazione interna

Asl Roma 2, dieci mesi di vita e una certezza: la nuova filosofia organizzativa punterà sulla domanda di salute dei cittadini, che dovrà trovare un equilibrio con la gestione delle risorse umane ed economiche. è una mega azienda, quella che dal 1° gennaio ha riunito le ex Roma B e Roma C, accorpando presidi e servizi sanitari dei quadranti sud e sud-est della Capitale. La più densamente popolata, con quasi 1 milione 300mila residenti (1.295.212 stima Censis 2013) e poco più di 8000 dipendenti. Si articola in sei distretti sanitari – strutture tecniche territoriali per l’assistenza primaria – che dopo la fusione coincidono con i confini dei municipi afferenti alla Asl: il IV, V, VI, VII, VIII, IX. Dall’Eur al Casilino, passando per Ostiense, San Giovanni, Cinecittà fino ad arrivare a Colli Aniene e Tiburtino. I presidi ospedalieri pubblici sono tre: il Pertini, il Cto Alesini e il Sant’Eugenio, sebbene per questi ultimi due l’atto aziendale – regolamento organizzativo interno – preveda la fusione gestionale. I posti letto pubblici e privati sono 3519 (2899 per acuti e 620 per la riabilitazione). Due le peculiarità: la gestione del polo assistenziale del penitenziario di Rebibbia in un’apposita ala dell’ospedale Pertini, con circa 5000 detenuti in transito ogni anno, più il maggior numero di campi nomadi presenti sul territorio, elemento che richiede una particolare attenzione alle politiche di sostegno alla fragilità. In sede di presentazione dell’atto aziendale alla commissione regionale Politiche sociali e salute, si è delineata l’articolazione organizzativa: nove dipartimenti, in fase di superamento, allineandosi al modello per “intensità di cure” già attivo in alcune regioni italiane. Saranno così le “Aree assistenziali operative omogenee” a occupare, a regime, lo spazio finora identificato con reparti e divisioni specialistiche. L’organizzazione ha recepito il Chronic Care Model per la cura di patologie perenni, che ben risponde alle esigenze demografiche ed epidemiologiche del territorio. Via libera inoltre, alla prevenzione e all’auto-cura, con coinvolgimento dei cosiddetti caregiver, familiari dediti alla cura del congiunto malato o disabile. Torna l’attenzione sulle Case della salute – esperienza territoriale che non ha ancora concluso il periodo di rodaggio – quali contenitori dei “percorsi diagnostici terapeutici assistenziali” condivisi tra ospedale e territorio e gestiti in ogni distretto da un medico coordinatore che dovrebbe integrarsi con un collega responsabile della presa in carico globale (case manager) che assicura al cittadino la continuità delle cure.

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