Violenza ai sanitari: un bollettino di guerra. Nel 2025 sono state segnalate quasi 18mila aggressioni, con 23.367 operatori coinvolti. Gli aggressori sono nella maggior parte dei casi i pazienti, seguiti da familiari o badanti. Le aggressioni sono soprattutto verbali (69%), mentre quelle fisiche rappresentano circa il 25%. Sono dati forniti dalla relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie del ministero della Salute. Oltre il 60% delle vittime sono donne.  Gli eventi riguardano soprattutto il personale infermieristico (55%), seguito da medici (16%) e operatori sociosanitari (11%). Numeri in linea con il 2024, un dato tutt’altro che rassicurante perché dimostra che, nonostante l’inasprimento delle pene, la violenza non accenna a diminuire. Numerose le prese di posizione, da parte dei protagonisti, tra vertici aziendali, professionisti e sindacati, nella Giornata nazionale contro la violenza ai sanitari, che si è celebrata il 12 marzo. A lanciare un messaggio significativo è la Fiaso, Federazione delle Aziende sanitarie e ospedaliere, che con il presidente Giuseppe Quintavalle sottolinea come “nessun professionista della sanità deve sentirsi solo” e raccomanda l’appoggio delle aziende sanitarie e ospedaliere agli operatori sanitari specie “nel percorso di denuncia”, che la Federazione sollecita. Sulla preponderanza degli episodi nei confronti delle donne si esprime Silvia Vaccari, presidente della Federazione degli Ordini delle ostetriche e membro dell’Osservatorio ministeriale, che evidenzia come la violenza sia particolarmente perniciosa “nei confronti di operatori impegnati in contesti altamente emotivi e delicati, come la gravidanza e il parto”. Secondo Vaccari, “sono inaccettabili aggressioni verso chi lavora per tutelare la salute della madre e del bambino”. Innovativo l’approccio al tema da parte dell’Ordine dei professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e prevenzione, (Tsrm e Pstrp) che propongono l’analisi per la classificazione del rischio aggressione, adottando un modello predittivo. Secondo Andrea Lenza, presidente dell’Ordine di Roma e provincia, è necessario “individuare i determinanti che favoriscono l’insorgenza delle aggressioni e costruire un modello di classificazione del rischio, una sorta di ‘semaforo’, capace di orientare interventi mirati e di prevenzione, formazione e tutela per le diciotto professioni sanitarie afferenti alla Federazione degli Ordini”. Una novità assoluta e un intervento in grado di orientare politiche di salvaguardia a livello territoriale e nazionale. Per il presidente nazionale della stessa Federazione, Diego Catania, “gli episodi di violenza sono l’esito di una combinazione di fattori, legati all’organizzazione dei servizi, al sovraffollamento, alle liste d’attesa, alla carenza di personale, sommato alle condizioni in cui versano le persone assistite e al contesto sociale in cui ci troviamo a operare. Fattori che generano un clima di sfiducia e tensione che si scarica su chi, senza colpe, tiene in piedi il servizio sanitario”. Ma le reazioni a questo clima di violenza, difficile da scardinare, sono molteplici. Secondo una indagine della Fnopi, la Federazione Ordini infermieri professionali, nel 2025 su 6232 professionisti interpellati con un questionario, 2771 hanno dichiarato una o più aggressioni, il 44% del totale, in maggioranza donne del settore pubblico. Tanto che il sindacato Ugl Salute, in occasione della Giornata antiviolenza ha coniato lo slogan “Mani che salvano vite, non bersagli di violenze”, un messaggio che sintetizza il valore del lavoro degli operatori e la necessità di proteggerli con ogni mezzo, sottolinea il segretario nazionale Gianluca Giuliano. E la figura a maggior rischio è quella dell’infermiere, evidenzia una indagine del sindacato di categoria Nursing Up, con il 73% degli infortuni rilevati in ambiente lavorativo, con l’Italia al primo posto per incidenza, “con il 27% dei casi – spiega il presidente Antonio De Palma – mentre in Francia siamo al 12%, in Germania tra 10% e 12%, nel Regno Unito intorno al 15% e nei Paesi Bassi al 7%. E il contesto dell’aggressione è un reparto ‘critico’: psichiatria (36%), pronto soccorso (28%) e il 118 (14%), secondo dati Inail e Università di Genova. Neanche i medici stranieri operanti in Italia si sottraggono al fenomeno, secondo il presidente Amsi – l’associazione che li rappresenta – Foad Aodi, che denuncia il 18% dei casi:  “La violenza contro medici, infermieri e operatori sanitari è una ferita civile, un dramma sociale che ci coinvolge tutti”. Molto critico il segretario di Coina, sindacato delle professioni sanitarie Marco Ceccarelli, che mette sotto accusa tutto il sistema: “Quando un infermiere del 118 si vede puntare un’arma alla testa, significa che il servizio sanitario ha totalmente fallito, con il collasso della sanità territoriale che porta i pazienti all’esasperazione”, conclude. Comprensibile senso di frustrazione, perché aggredire un sanitario significa colpire l’intero sistema e minare il diritto alla salute di tutti.

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