Suscita un senso di spaesamento rileggere la nota che il direttore generale di una Asl romana inviò nell’anno 2000 ai dirigenti di vari servizi. Si tratta di un invito alla “Conferenza di programma” e si elencano, una ad una, le unità operative coinvolte: Dsm, Po, Poi, Dra, Dsst, Po, Daavss, Dp: il trionfo degli acronimi. Negli anni, si sono registrati numerosi progressi: Cup, Spresal, Tsmree, Spdc, Pua e via sintetizzando. Perfino l’Urp, ufficio per le relazioni pubbliche e i rapporti con il cittadino, ha un acronimo niente male. Efficace, per brevità di comunicazione, quando si parla tra addetti ai lavori. Meno apprezzabile quando tale modalità si rivolge ai cittadini che frequentano i presidi sanitari, non tutti avvezzi alla comprensione di tali sigle, specie quando rappresentano le uniche indicazioni a disposizione. Una selva oscura, al pari di quella in cui si ritrovò il Sommo Poeta nell’irripetibile viaggio divino. Ma c’è un’altra tendenza che sta prendendo velocemente piede, sostenuta da una concezione della sanità per cui, alle buone pratiche negli ospedali si sono sostituite le best practices, alla badante ha fatto posto il ‘caregiver’, alla unità di senologia si contrappone la ‘Breast Unit’ e via inglesizzando. Lo scrive anche il nostro lettore Giuseppe, anni passati tra le corsie ospedaliere come medico, che sottolinea come “negli ospedali italiani capiti sempre più spesso di leggere nomi dei reparti in inglese: Day Hospital, Day Surgery, Week Surgery, Case Manager, Risk Management. Ma perché succede?” si chiede Giuseppe. Alla base c’è un motivo tecnico: la medicina moderna nasce e si sviluppa in un contesto internazionale dove la lingua dominante è l’inglese. “Molti modelli organizzativi arrivano dal mondo anglosassone – spiega Giuseppe – e quando vengono adottati ci portiamo dietro il nome originale”. C’è però un altro aspetto, più culturale, aggiungiamo noi. Negli anni ’90, con la trasformazione manageriale del Servizio sanitario nazionale, la sanità pubblica ha mutuato molti termini anglofoni, specie quelli usati nei congressi dei professionisti, nella letteratura scientifica e nei modelli di gestione sanitaria. Il risultato  è che oggi negli ospedali troviamo parole inglesi che spesso hanno perfetti equivalenti italiani: ricovero diurno, chirurgia diurna, chirurgia con ricovero breve, coordinatore del percorso assistenziale, gestione del rischio. Il paradosso è che, mentre in Italia le espressioni in inglese sono diventate comuni da sembrare universali, all’estero in realtà quasi non esistono. “Emblematico, in tal senso, è week surgery – spiega Giuseppe – termine nato per indicare un intervento con degenza breve”. In sintesi, per un motivo o l’altro, negli ospedali italiani è nato un “piccolo inglese sanitario all’italiana”, così lo chiama Giuseppe. Ma, ci chiediamo, può un servizio pubblico che oltre agli addetti si rivolge ai cittadini, adottare un idioma non a tutti noto? Non sarebbe più umano, semplice e trasparente usare in ogni caso la nostra bella lingua? Una riflessione inevitabile, a pochi giorni dal Dantedì, giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, padre della lingua italiana, che si celebra in Italia ogni 25 marzo.

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