Un percorso nella memoria e nel dolore, in cui si fa spazio una luce di speranza. Ė il Museo-laboratorio della mente del Santa Maria della Pietà, nato nel 2000 nel padiglione 6 dell’ospedale che, per gran parte del Novecento, ha ristretto tra le sue mura le persone con disturbi della psiche.  Narra la storia dell’ospedale psichiatrico mettendo in rilievo il rapporto tra salute e malattia, la presunta diversità e le possibilità di cura, la necessità di inclusione sociale e il superamento dello stigma. E il 7 marzo vedrà la riapertura al pubblico, dopo una importante ristrutturazione, l’ampliamento degli spazi e l’attivazione di un percorso arricchito dall’arte e dalle nuove tecnologie, che consente una immersione nella vita passata tra i “Portatori sani di diversità”. Si chiama così il progetto realizzato in collaborazione con “Studio azzurro”, un gruppo di artisti di Milano che si esprime facendo ricorso alla interattività e alla videoarte che, con un investimento di 650mila euro finanziato da Lazio Innova, società in house della Regione Lazio, ha trasformato il percorso museale in un vero e proprio allestimento multimediale “dove la frontiera tra reale e virtuale si annulla” commenta una nota della direzione della Asl Roma 1. Così, la testimonianza storica dell’ex manicomio diviene uno strumento dinamico, attraverso il quale si viene catturati, all’ingresso, dagli sguardi inquieti dei pazienti, o dalle loro voci che inondano gli spazi avvolti in una luce soffusa, che crea un clima surreale, come doveva essere quello dell’ospedale psichiatrico, con i suoi letti di contenzione, le sbarre alle finestre, le porte pesanti delle piccole e disadorne celle dotate di spioncino, la stanza dell’elettroshock, la fardelleria con i panni dei ricoverati accartocciati e legati da uno spago. Un ambiente spaesante, che un sapiente restauro ha riportato alle origini, con un intervento finanziato in parte dai fondi del Pnrr – per 960mila euro destinati alla conservazione e recupero della facciata esterna e altri 855mila regionali per gli interni – che induce a una profonda riflessione su ciò che è stata la malattia mentale nel corso del tempo e l’esclusione sociale a cui ha condotto. Una soluzione ottimale, quella dei musei della mente, per riconvertire ospedali psichiatrici mirando alla consapevolezza sulla malattia e, soprattutto, puntando alla prevenzione e alla presa in carico, elemento essenziale per affrontare più serenamente la patologia. Un modo razionale per impiegare le risorse, “buona spesa – esordisce il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, in visita al padiglione – per un luogo della memoria che l’approvazione della legge Basaglia, abolendo i manicomi ci ha consegnato, affinché destinassimo i nostri investimenti ad accompagnare le famiglie dei pazienti, che non vanno lasciate sole”. Soprattutto “un tassello di quel percorso virtuoso – hanno rimarcato il presidente del Municipio Roma XIV Marco Della Porta e l’assessore alle periferie di Roma Capitale Giuseppe Battaglia – che vede nel Santa Maria della Pietà il nuovo epicentro socioculturale di Roma Nord Ovest”. Un piccolo terremoto per un complesso che per anni era rimasto inerte in attesa di decisioni sul futuro. E che oggi, grazie a uno stanziamento di 50 milioni da parte del Campidoglio, rinasce a nuova vita. Con il Museo punta di diamante, fortemente voluto alla fine degli anni Novanta dal suo direttore Pompeo Martelli, dirigente psicologo e animatore di questo scrigno di cultura sanitaria. Uno scrigno che, oltre alle testimonianze sulla malattia mentale, racchiude la strepitosa farmacia antica, l’archivio storico e la Biblioteca scientifica intitolata ad Alberto Cencelli, agronomo e senatore del regno d’Italia, presidente della Deputazione provinciale di Roma, che nel 1910 sostenne la costruzione dell’ospedale psichiatrico, che oggi si racconta coniugando arte e nuove tecnologie.

 

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