Medici stranieri: favorevoli e contrari
Giuliano, Ugl: “Occorre investire sulle nostre risorse valorizzando il capitale umano”
Ė un paradosso tutto italiano, quello che si manifesta nel trattamento riservato ai medici stranieri desiderosi di lavorare nel nostro Paese. A denunciarlo è Foad Aodi, medico fisiatra, docente e presidente di Amsi, Associazione medici stranieri in Italia, che stigmatizza le estenuanti procedure burocratiche che per prime impedirebbero l’accesso dei camici bianchi alla professione. In Italia – denuncia Aodi – 12mila professionisti della sanità di origine straniera tra medici, infermieri, farmacisti, fisioterapisti, podologi, logopedisti e dietisti, sono bloccati da procedure burocratiche infinite, in attesa di riconoscimento del titolo o della conversione del permesso di soggiorno da studio a lavoro. La situazione è insostenibile: si lamenta la carenza di personale sanitario ma non si valorizza chi è già disponibile a lavorare rispettando le regole”. Un problema che viene da lontano, almeno dal 2020 quando, con i decreti “Cura Italia” e “Ucraina” affluirono nel nostro Paese numerosi professionisti che ancora attendono di essere regolarizzati. “Vanno stabilizzati – ribatte il presidente – possono e devono diventare parte integrante del nostro sistema sanitario così carente di personale”. E fornisce i numeri di tale fenomeno, per cui in totale, sarebbero 118.600 i sanitari presenti, il cui apporto avrebbe salvato 5.220 reparti e servizi del nostro sistema sanitario dalla chiusura. Per questo Aodi rivolge un appello ai ministeri della Salute e dell’Interno, alle questure e alla Federazione dei Medici (Fnomceo), perché dalle istituzioni parta un’azione concertata volta ad accelerare le procedure di integrazione dei professionisti della salute. Sul tema degli “innesti” di personale proveniente dall’estero nelle nostre strutture sanitarie si esprime anche il segretario nazionale Ugl Salute Gianluca Giuliano, che punta i riflettori sul fenomeno dei medici cubani, a cui stanno facendo affidamento alcune regioni, tra cui Calabria, Molise e Sardegna. In Calabria grazie a un accordo firmato nel 2022 tra la Regione e il governo cubano, ne sono arrivati 500 e resteranno almeno fino al 2027. “L’arrivo di medici cubani negli ospedali italiani rappresenta una soluzione tampone che non affronta i veri nodi della crisi della sanità pubblica – sostiene Giuliano – e appare più come un intervento d’emergenza che come una risposta strutturale ai bisogni del Servizio sanitario nazionale”. Secondo il segretario, si tratterebbe di una scorciatoia che non favorirebbe un serio investimento sul personale interno, preferendo “soluzioni estemporanee”. “Servono contratti stabili, retribuzioni adeguate, migliori condizioni di lavoro e incentivi concreti, così da fermare la fuga all’estero e verso il privato di medici e infermieri italiani” suggerisce. E invoca un accordo della Conferenza Stato-Regioni, organismo cui spetta la definizione di linee guida in materia sanitaria, per disciplinare i requisiti necessari ai professionisti stranieri per esercitare in Italia. “Una misura necessaria per garantire la qualità delle cure, la sicurezza dei pazienti e la salvaguardia dei livelli essenziali di assistenza, che rappresentano il cuore della sanità pubblica”, ribadisce il segretario, puntando su una strategia nazionale di assunzioni e valorizzazione del capitale umano nazionale, in nome di un futuro certo per il nostro servizio sanitario pubblico.

