Medici di famiglia, la strada è in salita. La bozza di decreto sottoposta il 23 aprile dal ministro della Salute Orazio Schillaci alla Conferenza Stato-Regioni suscita alterne reazioni. Sullo sfondo, la necessità di riformare, una volta per tutte, la medicina territoriale il cui perno deve necessariamente essere rappresentato dai medici di medicina generale, per la presa in carico del paziente sul territorio e la gestione delle cronicità. Struttura portante delle Case di comunità che, senza tali figure rischiano di restare contenitori vuoti che erogano soltanto il minimo indispensabile di prestazioni. E il ministro è stato chiaro: “Occorre fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, soprattutto ai più fragili”. Sul piatto una riforma che ha al centro il sistema del cosiddetto doppio-canale ovvero si introduce un rapporto di dipendenza selettiva: i medici potranno, con opzione volontaria, diventare dipendenti pubblici, al pari dei medici ospedalieri, a differenza del rapporto attuale basato su una convenzione col Servizio sanitario nazionale. Sul piede di guerra la Fimmg, la Federazione sindacale più rappresentativa dei medici di medicina generale. “Si tratta di un provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti” tuonano i camici bianchi, che contestano in primo luogo il fatto che il decreto non sia mai stato presentato e discusso con le organizzazioni sindacali di categoria. “Ė inaccettabile che una riforma di questa portata, che tocca il rapporto di cura di milioni di cittadini, venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale”, scrive la Fimmg in un comunicato, in cui elenca le criticità riscontrate nella bozza di decreto, prima fra tutte il rapporto di dipendenza dal Servizio pubblico che, secondo i professionisti, incentiverebbe una fuga dei giovani medici di famiglia verso altre specializzazioni. Di parere contrario l’Ugl Salute, il cui segretario nazionale Gianluca Giuliano si dichiara favorevole alla riforma “che rende operative le Case di comunità”. “Il rischio concreto è vedere queste strutture come scatole vuote senza il personale necessario – spiega Giuliano – il passaggio a una remunerazione legata a obiettivi di salute e all’obbligo di un tot di ore nelle nuove strutture è una sfida necessaria per rafforzare l’assistenza primaria e la continuità territoriale, ma dobbiamo assicurarci che questo modello sia realmente fattibile e sostenibile”. Proprio la remunerazione è altro motivo di contesa: oggi i medici di famiglia vengono pagati in base al numero degli assistiti – un massimo di 1.500 – mentre il medico dipendente di Asl, con la riforma, sarà retribuito in base agli obiettivi raggiunti e quindi, alla presa in carico del paziente nelle Case di comunità e ai servizi svolti per la medicina territoriale. Un totale cambio di paradigma su cui i fautori della riforma scommettono per superare l’evidente crisi di vocazioni: in Italia mancano più di 5.700 medici di medicina generale e ora la sfida principale è rendere la professione più attrattiva.

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