Sott’acqua non basta saper scendere: bisogna soprattutto saper risalire. Al fascino delle immersioni si lega tale regola e la tragedia delle Maldive, che ha coinvolto i cinque esperti sub italiani, lo dimostra. Occorre tener presenti i rischi legati all’immersione e non sottovalutare i segnali del corpo dopo l’emersione. Nel linguaggio comune si parla spesso di “embolia”, ma il quadro clinico può comprendere diverse condizioni legate alla pressione, tra cui la malattia da decompressione. Durante l’immersione, l’aumento della pressione favorisce la dissoluzione dei gas respirati nei tessuti e nel sangue. Se la risalita è troppo rapida, o se le soste previste non vengono rispettate, l’azoto può formare bolle capaci di interferire con la circolazione e con l’ossigenazione dei tessuti. Il problema è che i disturbi non sempre compaiono in modo drammatico. A volte iniziano con sintomi apparentemente banali: stanchezza insolita, mal di testa, formicolii alle mani o ai piedi, sensazione di intorpidimento, dolore articolare o muscolare. In altri casi possono comparire difficoltà a camminare, debolezza a braccia o gambe, disturbi della vista, vertigini, confusione, sonnolenza o problemi respiratori. Sono campanelli d’allarme che richiedono una valutazione immediata, soprattutto se si manifestano nelle ore successive all’immersione. La tempestività è decisiva. In caso di sospetta patologia da decompressione, l’intervento sanitario può prevedere ossigeno e trattamento in camera iperbarica. La ricompressione consente di riportare l’organismo a condizioni di pressione controllata, favorendo la riduzione delle bolle gassose e il ripristino di una migliore ossigenazione dei tessuti. Ritardare la valutazione, al contrario, può aumentare il rischio di danni permanenti, in particolare quando sono coinvolti sistema nervoso, midollo spinale, cervello o apparato respiratorio. Tra i fattori che possono aumentare la vulnerabilità del sub c’è anche il forame ovale pervio, una condizione cardiaca congenita piuttosto diffusa, spesso silente. In alcune circostanze può facilitare il passaggio di microbolle dalla circolazione venosa a quella arteriosa, con possibili conseguenze neurologiche o cardiache. Non significa che ogni persona con questa condizione debba rinunciare automaticamente alle immersioni, ma è un elemento da valutare con medici esperti in medicina subacquea, soprattutto in presenza di precedenti episodi sospetti. La prevenzione resta il primo presidio di sicurezza. Pianificare l’immersione, rispettare profondità e tempi, seguire le indicazioni del computer subacqueo, non saltare le soste, evitare sforzi eccessivi e non volare subito dopo l’attività subacquea sono comportamenti fondamentali. Altrettanto importante è non cedere alla tentazione di “aspettare che passi”: anche un formicolio transitorio, se compare dopo una immersione, merita attenzione. Il mare non perdona improvvisazione, e la preparazione tecnica deve andare di pari passo con la consapevolezza sanitaria. Perché la sicurezza del sub non termina quando si torna in superficie: continua nelle ore successive, quando ascoltare il proprio corpo può fare la differenza.

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