Furto di farmaci, una piaga che va avanti da anni e sta aumentando, con un impatto economico e sociale sempre più rilevante. Sulla base di dati forniti dalle imprese di settore, si stima che, tra il 2006 e il 2014 il valore complessivo dei furti registrati, abbia raggiunto i 19 milioni, con una media di più di 300mila euro per ogni sottrazione verificatasi. Antitumorali, immunosoppressori, analgesici e narcotici sono i più ambiti dai malviventi, ovvero medicinali salvavita ma anche dispositivi medici come protesi, stent, pacemaker, destinati al mercato nero e al commercio occulto sul web. La criminalità organizzata sta affinando i suoi strumenti e, per l’organizzazione sanitaria ma soprattutto per i pazienti, questo può comportare un enorme disagio, legato alla comprensibile riprovazione sociale. Si tratta di mettere a rischio la sicurezza delle cure, insieme al comprovato aumento della spesa pubblica. Non solo: il furto di farmaci colpisce la fiducia dei cittadini nel nostro Servizio sanitario e mette in discussione l’efficacia dell’assistenza, la vita delle persone e la dignità di quel bene prezioso che è la salute collettiva. Per questo, occorrerà sempre di più rendere tracciabili le nostre specialità farmaceutiche e  adottare le idonee misure di controllo, da considerare non una spesa ma un investimento sul futuro. Perché il farmaco è il nucleo centrale della cura e del diritto alla salute e, analogamente a chi i medicinali li sottrae, sentiamo il dovere di accomunare al furto di farmaci un triste episodio a cui abbiamo assistito di recente. Sebbene non si tratti di sottrazione di specialità a scopo di lucro, il criticabile siparietto proposto da due professioniste della sanità ci ha lasciato sgomenti. In un filmato diffuso in rete nei giorni scorsi dalla casa della salute di Pratovecchio Stia – Asl Toscana Sud Est – si vede il medico di medicina generale Rita Segantini che, insieme all’infermiera Giulia Checcacci, getta nel cestino dei rifiuti la scatola di un farmaco della Teva, multinazionale israeliana. Il gesto, dal forte valore simbolico, non è passato inosservato sul web e, per le autrici, si è rivelato un boomerang per la valanga di proteste rivolte loro da tanti cittadini indignati. Ė evidente che con il diritto alla salute non si scherza né lo stesso deve essere strumentalizzato per sostenere posizioni ideologiche. Tanto che le stesse professioniste, prevedendo la conseguente azione disciplinare della Asl dell’aretino, si sono affrettate a smentire tutto in un video successivo, adducendo improvvisate giustificazioni. Al di là delle personali convinzioni, su una offensiva militare sicuramente fuori misura, quale quella che il governo israeliano sta praticando nella striscia di Gaza, crediamo che il boicottaggio di un farmaco sia l’ultima delle azioni di protesta che si possano inscenare, ne va di mezzo la vita delle persone e si instilla solo odio. Da decenni il nostro Paese fa affidamento sulle più avanzate tecnologie per la diagnosi e la cura di patologie gravi molte delle quali, guarda caso, appartengono a Israele. Così come ci si è affidati al progredito sistema di emergenza di quella terra e a istruzioni sulla organizzazione per la inoculazione del farmaco anti Covid durante la pandemia. Non ci si dica che, per sensibilizzare sull’orrore della guerra, si correrebbe il rischio di procurare, con azioni di disturbo, l’orrore della morte di ignari pazienti ricoverati nelle nostre strutture sanitarie. (Nella foto: Segantini e Checcacci gettano il farmaco della Teva nei rifiuti)

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