Forlanini ceduto: il silenzio delle istituzioni
Una operazione con l’avallo di Francesco Rocca, presidente del Lazio e Roberto Gualtieri, massima autorità sanitaria cittadina
Decreto Anticipi collegato alla Finanziaria 2026 e pubblicato in Gazzetta ufficiale numero 252 del 29 ottobre 2025. Con un emendamento al provvedimento, si attua lo scambio di proprietà tra Stato e Regione Lazio di due storici ospedali romani: il Policlinico Umberto I e il Carlo Forlanini. Una manovra realizzata quasi in sordina, sebbene da anni se ne parli, dopo la Dichiarazione di intenti siglata l’8 febbraio 2024 dal segretario di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Nell’intesa si individua il Forlanini quale possibile, futura sede del Bambino Gesù che trasferirebbe in quella sede, da quella attuale del Gianicolo, i suoi reparti di Pediatria, con un articolato accordo che vedrebbe l’ex sanatorio di Monteverde, chiuso dalla Regione Lazio nel 2015, ceduto al Vaticano previa ristrutturazione con fondi pubblici (700 milioni) dell’Inail e il propedeutico passaggio dalla Regione Lazio guidata da Francesco Rocca – che nel suo programma prevedeva la restituzione dell’ospedale ai cittadini – al demanio dello Stato, unico soggetto con facoltà di stringere accordi con uno Stato estero quale il Vaticano, proprietario del Bambino Gesù. Sul tema, pubblichiamo la riflessione di Stefano Fabroni, pregressa esperienza di medico anestesista/rianimatore, presidente del Comitato Salute e ambiente Asl Roma 5: “Quando la sanità pubblica viene privata dei suoi spazi, delle sue strutture e della sua funzione, non siamo di fronte a una scelta amministrativa: siamo davanti a una rinuncia politica, culturale e morale. Cedere un ospedale storico dello Stato, ristrutturato con risorse pubbliche imponenti, significa certificare che il bene comune è stato declassato a variabile negoziabile. Il punto non è “a chi” venga ceduto il Forlanini, ma perché lo si sottragga definitivamente a una rete sanitaria pubblica già sotto pressione, mentre ospedali come il San Camillo operano oltre ogni soglia di sicurezza organizzativa. Settecento milioni di euro pubblici non sono un dettaglio tecnico: sono una responsabilità storica che qualcuno dovrà spiegare ai cittadini, prima o poi. Qui non si parla di ideologia, ma di coerenza politica. Può dirsi progressista un governo locale che disinveste dalla sanità pubblica nel momento in cui dovrebbe rafforzarla? Può dirsi di sinistra un sindaco che accetta in silenzio la sottrazione di un presidio sanitario pubblico, rinunciando perfino a esercitare il proprio ruolo di garante della salute della comunità che rappresenta? Difendere il Forlanini non è nostalgia, è lungimiranza istituzionale. È ricordare che la sanità pubblica non è una concessione, ma un diritto costituzionale, e che ogni suo smantellamento — soprattutto quando mascherato da operazione tecnica — è una ferita profonda alla democrazia. E allora il punto finale è questo, ed è inevitabile: i sindaci non sono spettatori, né comparse amministrative. Sono responsabili politici diretti. Il silenzio, in questo caso, non è prudenza: è una scelta. E le scelte, nella storia come nella politica, hanno sempre un nome preciso. Chi oggi non prende posizione, domani non potrà dire di non aver capito. E difficilmente potrà dire di aver governato da sinistra”.

