Corte dei conti: la sanità del Lazio sotto tiro

Le inchieste della Corte dei conti puntano alla sanità del Lazio. I magistrati contabili contestano al presidente della Regione Nicola Zingaretti un danno erariale di 11,1 milioni, fermo restando il principio della presunzione d’innocenza. La vicenda riguarda la fornitura delle mascherine all’esordire della pandemia da Covid 19. Insieme all’ex segretario del Pd, “invitato a dedurre” è il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, per una fornitura di dispositivi di protezione che non è mai stata completata, nonostante il congruo anticipo versato di 14 milioni di euro, di cui soltanto 3 sono stati resi dalla società Ecotech Srl con sede a Frascati. Coerenti con la nostra linea editoriale, proviamo a raccontare la sanità evitando i casi giudiziari ma, negli ultimi tempi, le vicende poco chiare che lambiscono il settore sanitario non possono lasciarci indifferenti. Le mascherine sono solo il caso più eclatante. Un altro appunto degno di menzione nei confronti dell’amministrazione guidata da Zingaretti è il rilievo con cui il procuratore regionale del Lazio della magistratura contabile Andrea Lupi (nella foto) il 31 luglio 2020, sollecitò “l’urgente recupero” dell’ospedale Forlanini, “storica struttura costruita negli anni Trenta come polo di eccellenza e di avanguardia per la cura delle malattie polmonari”, sentenziò il magistrato, alludendo al colpevole abbandono in cui è stato lasciato il complesso dal 30 giugno 2015, giorno in cui il nosocomio chiuse i cancelli senza la minima possibilità di riconversione a servizio sanitario per la cittadinanza. Anche in questo caso, si sostiene che potrebbe configurarsi un danno erariale nei confronti della collettività e una inosservanza della previsione dell’articolo 97 della Costituzione, nella parte in cui si statuisce l’obbligo di “buon andamento e imparzialità” dell’amministrazione. Oltre al presidente, la Corte dei conti ha rivolto l’attenzione all’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, condannato alla restituzione di 275mila euro ricevuti dalla Regione Lazio a sostegno della onlus Italia-Amazzonia, di cui lo stesso era presidente onorario e che, secondo il giudizio della Corte, “sarebbero stati utilizzati a sostegno della sua campagna elettorale”. Anche in questo caso è valido il principio della presunzione d’innocenza, considerato che il titolare della Sanità – assessorato chiave della Regione, che cura i rapporti delicatissimi con accreditamenti e convenzioni con i privati – ha intenzione di dimostrare in tutti i modi la propria innocenza. Quello che sconcerta in tutte queste vicende, è l’assoluta mancanza di trasparenza negli uffici di via Rosa Raimondi Garibaldi e via Cristoforo Colombo. Sulla vicenda delle mascherine i vertici della Regione si fanno forti del giudizio dell’Anac l’autorità anticorruzione, organismo amministrativo, che in seguito ad ampia istruttoria, avrebbe affermato la regolarità delle procedure seguite. “Ė emersa l’assenza di significative irregolarità – è scritto nella nota di archiviazione del caso del 9 settembre 2020 – perché al presidente non è attribuita alcuna competenza nell’esercizio dell’attività negoziale e nella gestione dei rapporti contrattuali dell’ente”. Rapporti tutt’altro che chiari, tra affidamenti, revoche, ulteriori affidamenti e una serie di scatole cinesi che non hanno consentito all’amministrazione regionale di entrare in possesso dei 7,5 milioni dei dispositivi di protezione, tantomeno dei milioni (dei contribuenti) versati, nella Regione con l’Irpef più alta d’Italia. Ė probabile che Nicola Zingaretti fosse all’oscuro di tutto, così come è probabile che uno degli obiettivi statutari della Regione Lazio fosse la tutela delle remote foreste amazzoniche. Poco comprensibile, al contrario, è la spesa di circa tre milioni annui di canoni passivi per gli uffici della Asl Roma 3, che potrebbe trovare la propria sede presso l’ospedale Forlanini tutt’ora chiuso e inutilizzato. Del tutto arbitraria, a nostro giudizio, è la totale mancanza di trasparenza sui processi decisionali che la Regione Lazio si trova a gestire, senza la minima condivisione della collettività che è stata chiamata a rappresentare. Considerato poi, che gli episodi illustrati sono venuti alla luce solo casualmente, circondati da un ingiustificabile silenzio da parte di tutti.

 

 

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