Bimbo scosso: prevenire ascoltando i genitori
L’11 e 12 aprile Giornate di sensibilizzazione. Sul tema intervengono le Ostetriche
Relazione, ascolto, informazione, capacità di intercettare il disagio: passa da qui la prevenzione della sindrome del bambino scosso, prima che si arrivi al rischio. In questo percorso, il ruolo dell’ostetrica è centrale. “Siamo spesso le prime professioniste a entrare in contatto con i genitori, durante la gravidanza e nel post-parto”, spiega Martha Traupe consigliera Fnopo, la Federazione degli Ordini professioni ostetriche. “Questo ci permette di fare una vera prevenzione – continua – chiarendo cos’è la sindrome del bambino scosso e perché anche pochi secondi possono essere pericolosi”. Un lavoro che, oltre all’informazione, si fonda sulla fiducia: “Non giudichiamo: accompagniamo, educhiamo. Se i genitori si sentono compresi, chiedono aiuto prima di arrivare al limite”. In primo luogo, occorre preparare le famiglie alla gestione del pianto, spesso all’origine degli episodi di scuotimento. “È fondamentale iniziare in gravidanza – sottolinea Traupe – significa dare aspettative realistiche: il pianto intenso nei primi mesi è normale, non è un fallimento personale”. Una consapevolezza che riduce frustrazione e senso di inadeguatezza. Nel post-parto il lavoro continua con un accompagnamento concreto: osservare il bambino insieme ai genitori, offrire strategie personalizzate, coinvolgere l’intera rete familiare. “Non ci rivolgiamo solo alla madre, ma anche a partner, nonni e caregiver: chiunque può trovarsi in difficoltà”. Se lo stress aumenta, servono strumenti semplici ma efficaci, strategie per gestire i momenti critici senza mettere a rischio il bambino. “Sentirsi sopraffatti è normale, in tali casi è importante fermarsi: mettere in sicurezza il bimbo e attendere qualche minuto per calmarsi”, spiega Traupe. Altre indicazioni riguardano l’alternanza tra caregiver, l’uso di tecniche di consolazione dolci – come il contatto pelle a pelle o la riduzione degli stimoli – e la costruzione di una rete di supporto da attivare nei momenti di maggiore difficoltà. Fermarsi è un atto di cura, non di abbandono, secondo i consigli di Traupe, che continua: “Prevenzione è anche individuare precocemente segnali di disagio nei genitori. Ansia, irritabilità, senso di sopraffazione, isolamento sociale o storie di fragilità psicologica sono elementi che indicano maggiore vulnerabilità. “All’emergere di tali segnali si intensifichi il sostegno coinvolgendo altre figure professionali, se necessario, sempre con delicatezza: la prevenzione funziona solo se c’è fiducia”. Il lavoro di rete è essenziale: ostetriche, pediatri, ginecologi, psicologi, consultori e servizi sociali devono collaborare e condividere strumenti e percorsi. “Solo così si può garantire una presa in carico continua e costruire un sostegno reale per le famiglie”, osserva Traupe. Un approccio integrato che protegge il bambino e aiuta i genitori a non sentirsi soli in uno dei momenti più delicati della vita.


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