Dal 10 dicembre, l’Ospedale Sandro Pertini è punto di riferimento per l’assistenza avanzata alle persone con disabilità e diffonde una visione moderna e umana della sanità pubblica. Entra nei circuiti assistenziali il progetto Tobia, che non è il nome del personaggio biblico, uomo buono e giusto, che si prendeva cura dei più bisognosi. Si tratta dell’acronimo di “Team operativo bisogni individuali assistenziali”, un piano con una solida storia, nato all’ospedale San Paolo di Milano nel 2001 grazie a una intuizione del medico Filippo Ghelma, approdato al San Camillo Forlanini di Roma con Stefano Capparucci, fisioterapista da decenni impegnato nella risposta ai bisogni sanitari e sociali dei più fragili. Il campanello d’allarme sulla condizione di persone con difficoltà fu lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2002, nel “Rapporto sulla equità sanitaria per i disabili”, in cui si evidenziò la minore aspettativa di vita di queste persone, che spesso hanno difficoltà perfino ad accedere ai presidi sanitari pubblici. Un monito raccolto da Milano a Roma e ben presto in tutto il Lazio, territorio in cui il progetto si sta espandendo, interessando più strutture sanitarie, che stanno adottando tale protocollo che si giova di apposite linee guida regionali e ha visto la formazione di ottanta professionisti di varie discipline. Ascolto, accoglienza e accompagnamento nei percorsi clinico-diagnostici sono i cardini della virtuosa prassi messa in atto, mutuata dall’analogo progetto Dama – Disabled Advanced Medical Assistance – volta a realizzare una sanità più accogliente, in grado di rispondere in modo equo alle necessità delle persone con disabilità complesse, con il superamento di ostacoli che spesso limitano l’accesso alle cure per adulti e bambini con disturbi dello spettro autistico, deficit intellettivi, difficoltà comunicative o gravi compromissioni neuromotorie. L’obiettivo è garantire percorsi sanitari dedicati e modalità assistenziali personalizzate, che consentano a ogni paziente di ricevere interventi di diagnosi, prevenzione e cura in condizioni di dignità, rispetto e sicurezza. Il modello si fonda su un’organizzazione che facilita l’accesso in ambulatori, day hospital, day surgery e pronto soccorso, con l’attivazione di percorsi specialistici pensati per ridurre tempi di attesa, stress e procedure invasive. Le esperienze già avviate al San Camillo, al Policlinico Tor Vergata, all’ospedale di Rieti, al San Giovanni Addolorata, da ultimo agli Ifo, Istituti Fisioterapici ospitalieri pochi giorni fa, evidenziano l’efficacia di un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umana, offrendo un riferimento concreto per famiglie che spesso trovano difficoltà nel sistema sanitario tradizionale. Al Pertini opera una équipe multidisciplinare di medici, infermieri, fisioterapisti, logopedisti, assistenti sociali attivi in sinergia su bisogni specifici e percorsi mirati. L’uso di tecniche avanzate per esami complessi quali risonanze, endoscopie o prelievi, consente la collaborazione del paziente alle procedure, cosa un tempo impossibile, considerata la condizione di persone con disabilità intellettive, comunicative o neuromotorie, pazienti con disturbi dello spettro autistico, soggetti con gravi deficit psicomotori, relazionali o affetti da condizioni neurodegenerative che comportano totale dipendenza. Palpabile la soddisfazione dei vertici della Asl Roma 2, dal direttore generale Francesco Amato al direttore sanitario Maria Cedrola e dell’assessore regionale ai Servizi sociali e alla persona Massimiliano Maselli, da tempo impegnato a importare il progetto in tutto il Lazio. (Nella foto, in piedi da sinistra: Stefano Capparucci, Massimiliano Maselli, Francesco Amato)

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