Cinquantuno edifici distribuiti su 280mila metri quadrati. Si presenta così lo storico policlinico universitario della capitale, a tutt’oggi il più grande d’Europa. La posa della prima pietra risale al 19 gennaio 1888 ma l’opera fu ultimata soltanto nel 1902 per carenza di fondi, presagio di un futuro finanziario complicato.  Da almeno 25 anni si parla di progetti di ammodernamento, con la possibilità di trasferirne la sede altrove, proposte tutte cadute nel vuoto ma la Regione guidata da Francesco Rocca ha portato avanti la sua idea “per valorizzare l’eccellenza del policlinico più antico d’Italia” – scrive il presidente sui social – e ha raccolto tutte le energie per veder realizzato questo “progetto visionario”, come lo definisce la Rettrice dell’Università Antonella Polimeni. Sebbene non sia ancora partita la gara per la progettazione, né sia stato avviato il piano di fattibilità, l’8 gennaio il futuro del nuovo Umberto I è stato tracciato da Polimeni e Rocca nell’aula magna dell’ateneo, in presenza delle referenti del progetto Anna Maria Giovenale e Guendalina Salimei, docenti e nomi di peso dell’architettura. Fu ideato proprio da Guendalina Salimei il “chilometro verde” di Corviale, progetto raccontato nel film “Scusate se esisto”, in cui Paola Coltellesi che interpreta la professionista, realizza un piano per la trasformazione del discusso agglomerato di edifici nella periferia Ovest di Roma in un luogo a misura d’uomo. La stessa idea guida che ha ispirato la “Proposta di ampliamento e rigenerazione architettonica e urbana” del policlinico di Roma, racchiusa in una presentazione di 23 pagine ricca di immagini che illustrano, con sintetiche didascalie, le strategie progettuali che vedono la riorganizzazione completa delle attività sanitarie con un edificio monoblocco di cinque piani – che a regime dovrebbe ospitare 120 letti in più degli attuali 1.050 – più uno interrato e si affaccia sul viale dell’Università. Nel palazzone troveranno posto le degenze mediche e chirurgiche, il nuovo pronto soccorso, i day hospital, il blocco operatorio, attività di diagnosi e terapia. Questa la rivoluzione proposta: demolire e ricostruire aumentando le cubature. Saranno abbattuti otorino, urologia e malattie infettive, con il nulla osta della Soprintendenza mentre i rimanenti edifici storici assumeranno la funzione di servizi di supporto, aule di studio, residenze per studenti, punti ristoro, spazi per il benessere/fitness e foresteria per i docenti, nell’ottica di un vero e proprio campus universitario. I padiglioni ospiteranno inoltre attività dipartimentali, amministrative, logistiche, oltre a funzioni assistenziali di valenza territoriale. Un mix di funzioni che troveranno la propria integrazione avendo come guida una strategica pavimentazione differenziata. La costruzione del nuovo Policlinico Umberto I sarà realizzata grazie alle risorse messe a disposizione dall’Inail nell’ambito degli “interventi urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria”, in ossequio al “Regolamento per gli investimenti e disinvestimenti immobiliari”, una mission che l’Istituto per gli infortuni sul lavoro ha da tempo incentivato con l’intento di produrre reddito. La cifra è considerevole,  un importo complessivo pari a un miliardo di euro, risorse forse mai investite prima per la realizzazione di un nuovo ospedale.  Ma il progetto è ambizioso: alla riconversione degli edifici unisce la “rigenerazione” ambientale, con particolare attenzione al verde visto come elemento di connessione tra le varie funzioni, alle aree pedonali e al parcheggio interrato, con il minimo impatto per i visitatori. Concetti che attualmente sono diventati un lasciapassare a cui ogni amministrazione pubblica guarda con particolare favore. Ulteriore elemento qualificante della idea progettuale è la valorizzazione dei reperti archeologici attualmente interrati e non fruibili dai cittadini. Uno scrigno che molti ospedali romani serbano – dal San Giovanni Addolorata al Santo Spirito, passando per il Celio e il Nuovo Regina Margherita – che meriterebbe particolare attenzione perché, come provato da numerosi studi, il rapporto con la bellezza è parte importante della cura.

 

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