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Pandemia da Covid, un giornalismo “da paura”

13 Dicembre 2020 nessun commento

Da Gianna Genovesi, specialista in Analisi e Gestione della comunicazione sociosanitaria, Università di Tor Vergata Roma, riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Effetto Covid: gli italiani riscoprono l’informazione. L’esplosione della pandemia, con i suoi drammatici effetti, ha riavvicinato i cittadini ai media e ai social, riaffermando il loro ruolo di voce essenziale per avere le notizie, ruolo che nel corso del tempo si era notevolmente appannato. E insieme al rinnovato interesse per le informazioni, i nostri connazionali hanno fatto massiccio ricorso  ai canali all news, alle tv locali e ai siti web istituzionali. Tali indicazioni emergono dal report “La scienza e il Covid” curato dai ricercatori dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo dell’Università di Urbino, i cui risultati sono stati presentati nei primi giorni di ottobre al Festival del Giornalismo della città marchigiana. A fare le spese di questa indigestione di tv e siti, sarebbe stata la radio, insieme alle informazioni reperite su Facebook. E veniamo ai numeri: le tv di informazione a getto continuo hanno visto una crescita di ascolti del 6% rispetto al 2019 mentre i notiziari della tv locale hanno assistito un incremento dell’8%, indice della necessità “di colmare un bisogno informativo che in un periodo di crisi come quello vissuto, diventa più urgente e più legato al contesto locale”. I minori spostamenti in auto per andare a lavoro hanno invece punito gli ascolti radio, che hanno perso il 7% mentre i talk show in tv sono stati molto seguiti, quale fonte accreditata per avere un insieme di informazioni sulla patologia. L’effetto coronavirus si manifesta inoltre nei confronti dei siti online, tutti in aumento tranne il social Facebook che arretra al meno 3% a dimostrare che l’emergenza ha indotto a privilegiare fonti web dotate di maggiore autorevolezza. Si spiega così anche l’aumento del 4% della richiesta informativa sui siti web di testate giornalistiche tradizionali, salde al primo posto nella classifica dei media. Si può certamente affermare che quella del Sars CoV-2 è la prima pandemia globalizzata, ovvero è l’epidemia comunicata in tempo reale attraverso i media di tutto il mondo. La mole di informazioni circolate e in circolazione soprattutto in Italia è tale e tanta da superare il concetto stesso di infodemia, termine coniato e ben individuato dalla enciclopedia Treccani ai tempi della Sars, ovvero la bulimia dei messaggi sovente contraddittori e non di rado privi del necessario vaglio scientifico atto a renderli affidabili. Viene spontaneo, a questo punto, ragionare sul tipo di informazione che ci è stata offerta, cercando di abbozzare una sorta di analisi per grandi linee. In primo luogo, abbiamo ravvisato nella comunicazione istituzionale la presenza di voci multiformi: sta a testimoniarlo il ruolo di primo piano assunto dagli esperti, diventati in breve tempo i protagonisti delle nostre giornate e serate. Virologi, epidemiologi, infettivologi, anestesisti rianimatori, microbiologi, entomologi e chi più ne ha ne metta, hanno condizionato tutte le scelte assunte dal governo. Di solito, in situazioni di emergenza – è cosa nota a tutti gli esperti di comunicazione – si crea un apposito servizio denominato “comunicazione in tempo di crisi” che vede la sintesi di più voci riassunta in una voce ufficiale. Così non è stato in Italia: pareri multiformi e spesso difformi hanno ingenerato non poche perplessità e polemiche. Salvo rarissime eccezioni, la stampa italiana, intesa come la generalità dei media, si è omologata ad una visione ansiogena ed in alcuni casi ‘terroristica’ della vicenda pandemica. La narrazione ha privilegiato una visione quasi esclusivamente pessimistica delle vicende legate al virus. Il racconto è univoco, proveniente dalle stesse fonti accreditate. La critica è ammessa con fastidio, di solito bollata come tendente al negazionismo. Si è privilegiata una descrizione catastrofista degli eventi, tendente a stimolare le paure più recondite delle persone. C’è una tendenza a esaltare la linea rigorista, a sostegno delle rigide misure previste dai dpcm del presidente del Consiglio e, dietro al racconto a tinte fosche, si reputa più efficace il criterio della diffusione del terrore, più idoneo a “piegare le persone agi obblighi ministeriali”. Lo testimoniano le notizie negative relative alla acritica comunicazione dei numeri, che non sono minimamente interpretati, dando maggior risalto ai contagi, ai decessi, piuttosto che alle guarigioni, fortunatamente in numero notevole. Si è comunicato tutto ciò che proviene dalle fonti ufficiali, con rari esempi di verifica e controllo. Provando a vedere il bicchiere mezzo pieno, vogliamo spezzare una lancia nei confronti di coloro – in numero veramente esiguo – che tentano di abbattere questa uniformità informativa in una sorta di controcanto. Le inchieste sugli acquisti opachi di mascherine, camici, siringhe e, riteniamo tra qualche mese, di vaccini, possono accendere una nuova luce sul mainstream imperante.

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